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Il San Daniele: magia della natura

Nella lettura degli atti dell’uomo – che sono poi i fatti quotidiani che fanno la sua vera storia, come quelli legati alla sua necessità di alimentarsi – mi sorprende sempre constatare quanto noi dobbiamo, in termini di riconoscenza, ai nostri avi.
E mi gratifica anche osservare come la nostra civiltà italiana, e friulana in particolare, possano vantare prodotti che hanno saputo percorrere la storia senza perdere nulla della loro lucentezza.

Sì: è straordinario pensare ad un vino come il Pignolo che era celebre fin dal 1398; o alla Ribolla gialla, un vino che la Serenissima usava nei suoi momenti più importanti di relazioni pubbliche o che il Picolit dell’Asquini veniva servito e apprezzato sulle tavole dei potenti di allora, i quali avevano proprio nel piacere del mangiare e del bere bene una delle loro maggiori espressioni di potere.
O pensare al formaggio Montasio, immaginato e codificato come forma e stile di produzione secoli addietro.
Sì, resto ancora abbagliato dalla potenza storica di tali intuizioni che si sono codificate certamente con gli anni, ma che sono riuscite ad arrivare a noi intatte.

Il prosciutto di San Daniele fa parte di questi prodotti; rientra nel novero delle grandi invenzioni-creazioni dell’Homo sapiens in quanto, per fare il San Daniele, “sapiens” bisognava esserlo davvero.
Nel San Daniele si trova tutto ciò che di meglio si possa chiedere all’intelligenza umana per preservare e migliorare la qualità della vita: un esasperato collegamento ed esaltazione del territorio; l’estrema semplicità della sua lavorazione che denota un totale atto di fede verso Madre Natura che, con la stagionatura, trasforma in oltre un anno una coscia di maiale fresca in un piccolo-grande capolavoro del gusto; la capacità di darsi delle regole che permettano, da una parte, la libertà creativa del singolo e dall’altra lo abituino a stare assieme, a convivere per un bene comune; la grande intuizione di trasformare il concetto del “marchio” (il San Daniele, appunto) in “marca”, per un effetto di straordinaria sovrapposizione rispetto ai tradizionali precorsi del marketing.

Inoltre la capacità di tradurre e mantenere nei processi produttivi moderni le antiche tecniche di conservazione e stagionatura che non sono mai state toccate, lavorando solo “attorno” al prosciutto, ma non “sul” prosciutto: fermando quindi la “tecnologia” e l’innovazione all’area esterna al prosciutto stesso, quindi confinandole esclusivamente al miglioramento dell’organizzazione del lavoro e della fatica che all’uomo si chiede, mantenendo intatti i processi produttivi che hanno creato il San Daniele.

 



 

 

 

 

 

 

 

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